Vari stati di coscienza nella tradizione Vedanta

Coscienza e io per la tradizione Yoga-Vedanta

Per capire la psicologia transpersonale, come pure il modello psicosintetico di Roberto Assagioli è necessario avere alcune conoscenze sul Sé e sull’Io della tradizione yoga-Vedanta.

L’Atman, la Coscienza, è anche il Testimone immoto della realtà. Esso rimane inalterato, ma il suo “riflesso” si identifica con i diversi piani dell’individualità.

Questo determina la possibilità umana di conoscere le diverse parti del reale. Identificandosi con un piano formale ad esso sovrapposto, il “riflesso” di Coscienza si fonde con le funzioni che trova a quel livello e sperimenta la realtà attraverso di esse. Questo soggetto, definito dai Vedanta lo “sperimentatore” della realtà, è solo un pallido riflesso del Sé. Come un raggio di sole è caduto nella manifestazione formale ed è stato catturato dai suoi limiti.

Questo riflesso è un prodotto della identificazione temporale della Coscienza con l’energia, è illusorio e non ha una reale esistenza.

La natura del sé sperimentatore muta secondo l’identificazione del centro-coscienza con le diverse strutture dell’individualità. Sia il sé sperimentatore che il processo di conoscenza sono oggetti dal punto di vista del Sé Testimone o Coscienza.

Sè Testimone e Sè sperimentatore

Il sé sperimentatore è impermalente e non è altro che un punto di vista nella totale circolarità della Coscienza. E’ una prospettiva in continuo cambiamento che quando si riveste dell’idea di avere un corpo e una mente illusoriamente si chiama io. Il sé sperimentatore però non ha reale consistenza. Il fatto che sembri reale deriva dal contatto della Coscienza con gli attributi mentali con cui è entrata in momentaneo e transitorio contatto.

La Coscienza è il Sé Testimone, il Tutto informale che comprende sia il soggetto sperimentatore sia il processo cognitivo sia gli oggetti sperimentati.

Nell’io esiste separazione tra soggetto sperimentatore e oggetto sperimentato. Nella Coscienza non esiste separazione tra soggetto e oggetto, pertanto non esiste percezione.

L’essenza del Sè

Il Sè è l’Io sono concetti totalmente diversi. L’essenza ultima del Sé, quale pura Coscienza non-duale, trascende qualunque attività della mente e non ha nulla a che fare con il processo di percezione e conoscenza dell’io. Per conoscere la Coscienza, quale intelligenza che sottende le forma manifeste, occorre trascendere l’ordinario concetto di percezione e della sua dualistica relazione tra soggetto e oggetto.

Sia il soggetto sperimentatore, le strutture cognitive con cui si identifica, gli oggetti che sperimenta sono tutti oggetti dal punto di vista della Coscienza che li trascende e li include. Sono parti di un Tutto che li include.

L’identificazione determina la percezione

La percezione però è correlata alla Coscienza e dipende dall’apparente identificazione di questa con i diversi piani strutturali della mente. La qualità della percezione dipende dal piano strutturale della mente col quale si è identificato il Centro-Coscienza e dalle qualità di tale piano. Se il Sé sperimentatore o riflesso di Coscienza si identifica con la mente la relazione soggetto-oggetto avviene con gli strumenti della capacità analitica, selettiva e deduttiva che elabora la percezione dell’oggetto. Prende posizione verso l’oggetto con gli strumenti della volontà e dell’intenzionalità. La percezione razionale è colorata da fattori emotivi che la distorcono.

Nell’identificazione con il livello dell’intelligenza intuitiva il sé sperimentatore è in grado di vedere da una prospettiva più alta. Il sé sperimentatore allora vede i limiti e i pregiudizi, i filtri percettivi  della mente.

Nello stadio dell’identificazione con il livello dell’Anima il sé sperimentatore percepisce non solo i processi della mente nella loro totale relazione di causa ed effetto, ma anche la relazione tra la mente nella sua totalità e gli archetipi universali a cui essa è collegata.

Nello stadio del Sé atmico o Coscienza  ogni identificazione è trascesa.

Relazione tra percezione e senso dell’identità personale

I fattori che sono all’origine della percezione qualificano anche il senso dell’identità personale.

Il modo in cui l’essere umano percepisce se stesso e il mondo dipende dalle strutture cognitive che ha integrato e dalle qualità che compongono lo stato della mente. L’identità di coloro che hanno integrato solo le strutture sensoriali e percepiscono solo il reame degli oggetti concreti è limitata nello spazio grossolano e nel tempo tra nascita e morte. Essi hanno desideri di oggetti grossolani.

L’identità di coloro che hanno integrato le strutture razionali percepiscono anche la natura intelligente della realtà ma sempre limitata dai confini dualistici. La solitudine e la paura sono le normali condizioni di questa identità.

Solo l’identità che realizza la non dualità non è definita da alcun confine e sperimenta il senso dell’eternità e della beatitudine.

Relazione tra percezione e motivazione

Il senso dell’identità personale, che deriva dal livello di auto percezione in base alle personali identificazioni, è alla radice delle motivazioni individuali e di tutto il rapporto dell’uomo con la vita. Ad ogni livello di coscienza la percezione determina una particolare categoria di motivazioni e una corrispondente qualità di soddisfazioni e di frustrazioni.

identificazione con le strutture sensoriali

Quando il soggetto è identificato con le strutture sensoriali e istintuali percepisce solo il mondo grossolano e ha una immagine di sé come identità corporea. Il problema fondamentale della vita è la sopravvivenza.

Colui che vede e si definisce solo nella realtà sensoriale tende a circoscrivere il suo raggio motivazionale nell’ambito degli oggetti concreti.

Desideri e scelte non prescindono dai modelli grossolani e il significato della vita è delineato dai valori degli oggetti sottoposti ai limiti del tempo e dello spazio. L’individuo identificato con il corpo è dominato da desideri appropriativi e riconosce significanti gli oggetti garanti di piacere corporeo.

Le spinte motivazionali sono l’appropriazione di oggetti e beni materiali per gratificare i bisogni del proprio corpo. La frustrazione è il prodotto del fallimento nel soddisfare i bisogni sensoriali.

identificazione con le strutture razionali

Quando il soggetto è identificato con le strutture razionali e si realizza l’io quale unità biopsichica, la motivazione personale è volta a strutturare un ruolo nella cultura e nella società. Colui che vede e si definisce nella realtà mentale tende a circoscrivere il suo raggio motivazionale nel reame delle idee e a dirigere desideri e scelte verso aspetti intellettuali e creativi. Dai bisogni di sicurezza e autodifesa si passa ai bisogni di autoaffermazione. La frustrazione deriva dal fallimento dell’autoaffermazione nell’ambito collettivo che produce mancata risposta ai bisogni di stima, conferma e prestigio.

All’apice dello sviluppo dell’io il soggetto si confronta con i temi della creatività e del senso della vita. Capace di visione logica panoramica le motivazioni individuali si spingono verso la conoscenza e l’espressione di un proprio essere integrato con la società nella sua interezza. La frustrazione deriva dall’incapacità di trovare il senso collettivo dell’esistenza e della mancata risposta al bisogno di autorealizzazione.

identificazione con le strutture intuitive

Quando il soggetto è identificato con le strutture intuitive, la percezione varca i confini della mente concreta e include la mente astratta ed intuitiva. Il soggetto scopre il senso dell’universalità della vita. Allora le motivazioni personali perdono i limiti individualistici e diventano motivazioni di conoscenza, amore e bellezza, percepiti quale essenza degli archetipi universali. Qui la frustrazione nasce dalla mancata risposta ai bisogni di trascendenza.

identificazione con l’anima

Colui che vede la Realtà dirige verso di essa le sue scelte e i suoi desideri. Non ancorata a bisogni corporei e materiali, la motivazione di colui che percepisce la vita divina sarà definita solo dall’ardente aspirazione alla liberazione dai limiti imperfetti della dimensione umana.  Le motivazioni sono quindi l’adeguamento all’Essere infinito. La frustrazione è il risultato del fallimento nel cammino di purificazione. Il fallimento nello sviluppo di stati e qualità spirituali produce la sofferenza particolare che anima i cuori dei mistici.

identificazione con il Sé

In questo stato di coscienza non c’è frustrazione derivante dal mancato appagamento del desiderio.  L’illuminato conosce la libertà dalla delusione e dal dolore. Non c’è più dolore perché ogni moto e possibilità scompaiono nel silenzio della pace profonda.

Relazione tra percezione e azione

L’azione nel mondo dipende anch’essa dal grado di percezione individuale. La reazione soggettiva all’oggetto esterno è in realtà una scelta soggettiva prodotta dalle personali illusioni. Si può dire che ognuno di noi inventa il mondo che vede sovrapponendo alla Realtà gli aspetti particolari che la sua vista proietta. Attraverso questa visione deformata decide di agire in un modo o nell’altro.

Quel che noi supponiamo di essere tende a determinare cosa percepiamo e il come e dove dirigiamo l’intenzionalità cosciente. L’agire della persona identificata con il corpo e percipiente solo l’universo grossolano non può che essere aggressivo, al fine di procacciarsi gli oggetti concreti che necessitano al corpo.

Il soggetto identificato con la mente eserciterà la forza nell’assunzione di ruoli direttivi e tenderà comunque alla prevaricazione dell’altro, soffocandone la creatività e imponendo il proprio punto di vista.

La persona identificata con la coscienza intuitiva che riconosce l’interconnessione della vita lascia cadere la sopraffazione dell’altro a cui si riconosce collegato.

L’azione del soggetto identificato con l’anima, quando il sé si riconosce uno con il suo Creatore è volta a stabilire relazioni con Esso. E’ la ricerca della propria origine e la via del ritorno verso la Bontà essenziale, verso la compiutezza, fuori dalle catene della limitatezza, del conflitto e della separatività.

L’azione di colui che è stato illuminato

Quando il soggetto abbandona anche l’identificazione con l’anima e si riconosce Spirito assoluto immanifesto, ogni azione tende a cadere. Per colui che vive oltre lo spazio tempo e riconosce che il Sé non ha forma, ogni azione è vana. Allora la sola modalità di esistenza è il silenzio, il ritiro solitario nell’oscurità nell’attesa che il corpo si consumi e concluda il suo viaggio nella manifestazione.

Anche la sua azione diviene trascendente. Quell’asceta solitario che non agisce più è in realtà un centro di radianza che illumina la vita e trasforma con il suo solo Essere il mondo del divenire.

 

fonti:

Laura Boggio Gilot

Il sé transpersonale. Psicologia e meditazione Yoga- Vedanta

Nota: Ringrazio vivamente l’autrice di questo libro per la chiarezza, l’apertura e la possibilità che mi ha dato di addentrarmi in concetti di non facile comprensione.

Precedente Il Sè nella cultura Yoga Successivo Storia della psicologia transpersonale